“Esistere e scoprirsi inesistenti”
Viaggio tra chi ha perso il proprio posto nel mondo.
“Esistere e scoprirsi inesistenti”
Da tempo spero in un blog orientato anche “all’altro”. Ringrazio ancora chi da tempo contribuisce in tal senso a rendere questo “giornale” misurato secondo un passo “deragliante” da sé, entrando in contatto con un modello umano oltre il proprio, spaziando con gli scritti al di là del mare conosciuto, quello di una scrittura che sente più congeniale alla personale cifra identificativa, alle proprie corde personali.
Incomincio pertanto questa scrittura con uno sguardo sui carcerati; vorrei partire da loro.
I carcerati, tra gli “inesistenti”, quelli che balzano alle cronache solo se si tolgono la vita o commettono all’interno dello spazio di reclusione qualche atto di violenza.
Perché iniziare proprio a scrivere sui carcerati.
Forse per l’esperienza di scrittura, sperimentata per alcune settimane, per tre stagioni primaverili, nel 2014-2015-2017, nella casa di reclusione della mia città, esperienza discrittura che ha lasciato nella mia vita un profono segno.
Lo sguardo su loro, o anche l’immagine che lascio di rimbalzo a te, lettore, è certo parziale, sfocato, limitato, perché confinato al momento del lavoro in classe.
L’intensità del loro dire, veicolato dalla scrittura, espressione di un ricerca di essenzialità, mirato anche ad un momentaneo riconoscimento sociale, a dare voce al ricordo, alla sofferenza, alla felicità, è stata tuttavia un’operazione che ha permesso di sintetizzare anche chi noi siamo e il nostro desiderio di legittimazione.
Scrive il detenuto di cui lascio solo l’iniziale del nome, K,
“Del mio cuore non parlo.
Chi mi capirebbe?”
Oppure, nella rivisitazione di un pensiero, una confidenza fattami da R, scrivo io:
“Ancora non se n’è andato l’inverno e i desideri sono chiusi come dei
messaggi in una bottiglia che vaga in un mare azzurro. Vorrei essere
un bambino che dorme in pace accanto alla sorgente. Rubare anche
l’agonia di un giorno alla vita”.
Esistere e scoprirsi inesistenti è una sensazione di frustrazione; immanenza-assenza, apparizione e scomparsa, volo e caduta sembrano qui convergere in una condizione di dannazione eterna.
Poi, ecco ancora un’ altra testimonianza, nella rivisitazione di un pensiero di S.
“Più nessuno mi chiama e io non so di essere. Quando il silenzio si
allarga dentro di me, il suono della voce fa sentire al mondo che esisto,
se solo parlo, ascolto l’eco della mia sofferenza, del dolore, del pianto”.
Anche noi, nella nostra immersione esistenziale, pur vivendo, per sorte amica, situazioni di privilegio educativo e affettivo, non siamo immuni da stati di frustrazione a livello personale e sociale.
Si incomincia a fare esperienza della sconfitta anche nelle piccole scelte quotidiane, nella ricerca di riconoscimenti lavorativi, all’interno di spazi associativi, nei luoghi di studio…
A volte sono situazioni inaspettate a provocare un senso di non appartenenza alla vita; esse possono essere la causa di una profonda angoscia e non è facile, partendo dalla frustrazione presente, riconvertire la propria esistenza, fissare nuovi traguardi, reinventarsi o fare scelte alternative, se non c’è chi ci guarda, crede in noi, nella capacità di rialzarci.
Vivere in uno stato d’animo che scaturisca da un continuo sopraggiungere di ostacoli diviene “prigione esistenziale”.
A rendere ulteriormente difficile l’esistenza, basta una mancanza di sguardi, o di gesti di accoglienza da parte di chi ruota intorno a noi.
Ci si sente, così, allontanati, esiliati dal mondo, parte di un universo alieno. La sensazione è quella di camminare in una bolla di trasparenza, avendo la percezione che chi incrocia i nostri passi non avverta che indifferenza verso noi stessi.
Invisibili, si procede feriti, come se la nostra anima fosse trapassata da una lama, proprio per la consapevolezza che non si è nulla per nessuno.
Spostarsi dal proprio centro ogni tanto potrebbe essere motivo di cambio di passo. Ci si potrebbe accorgere di categorie umane che lottano per essere ascoltate, viste, accolte.
Quanti i confinati in una zona d’ombra: anziani con malattie neurologiche e neurovegetative, adulti che vivono situazioni di disagio e malessere, depressi, allontanati dalla società, adolescenti «ritirati sociali», i «Hikikomori», migranti in cerca di una vita dignitosa, malati confinati in case di cura come negli ospedali, se non nelle proprie case e dimenticati dal mondo, bambini e adolescenti affetti da tipologie diverse di malattia: disabili, autistici, bambini con disturbo dell’apprendimento, bambini con malattie rare genetiche, affetti da Sindrome di Down, Sindrome di Charge, o colpiti dalla grave malattia neurologica denominata Sindrome di Rett che colpisce soprattutto soggetti di sesso femminile, di persone a cui compare in età adulta la malattia di Huntington, o la SLA.
Fare esperienza dell’altro, del diverso, comporta una spinta all’ascolto e all’accoglienza, alla condivisione.
Potremmo essere noi i dimenticati alla prossima fermata.
Marina